
Attenzione, se non avete letto ancora Blaze di King (Bachman?) non procedete o procedete con cautela.
Non c’è un uso indiscriminato dello spoiler, ma pur sempre qualcosina viene detta.
A voi la scelta.
Non maneggiavo un libro di King dalla conclusione di The Dark Tower, ho lasciato perdere senza troppi rimpianti Cell, Colorado Kid e Lisey fondamentalmente per due motivi.
Prima di tutto era mia intenzione restare a Can'-Ka No Rey tra le rose rosse il più a lungo possibile e poi non riuscivo a fidarmi più ad occhi chiusi del King più recente.
Blaze, invece, mi ha tratto in inganno perchè in realtà si tratta non di una nuova opera, ma dell’operazione di recupero di un manoscritto vecchio di trent’anni e messo in una scatola a prendere polvere, inoltre è firmato Bachman, non King, e avrebbe dovuto possedere una crudezza e lucidità che solo il buon Richard sapeva avere.
L'errore è stato non soffermarmi a riflettere sui motivi per cui il Re abbia lasciato nel dimenticatoio dei libri non stampati proprio questo.
La risposta a questa domanda arriva nel solito preambolo che fa al fedele lettore nelle prime pagine, zio Steve confessa impunemente che alla prima lettura egli stesso aveva giudicato Blaze non pubblicabile perché stucchevole e lacrimoso.
E leggendo è proprio questa l’impressione che se ne ricava, senza alcun dubbio capisco il motivo per cui il primo King l’aveva fatto fuori.
A zio Steve degli anni ’70 non sarebbe mai piaciuto.
Ma il King che ci ritroviamo nell’ultimo periodo, in crisi creativa temo conclamata, ha giudicato che con qualche limatina qua e là potesse essere un buon prodotto da banco, in fin dei conti ormai è il nome a vendere e la qualità può anche andare a farsi fottere.
Ovviamente quale sarà l’epilogo della storia si comprende già dalle prime pagine, ma non è solo questo ad essere frustrante, piuttosto tutta la cristallizzazione dei personaggi già visti e rivisti nei libri precedenti.
L’ambiente dell’orfanotrofio che fa da sfondo all’infanzia di Blaze è quello di centinaia di pagine simili già scritte, abusi e violenze che già conosciamo.
Clay Blaisdell jr. (Blaze) non è buono o cattivo, non è rozzo. E’ l’ennesima vittima della società americana, “mostro” prodotto dal sistema che scivola tra le pieghe del medesimo non per avidità, ma per solitudine. In fin dei conti è la solitudine la vera protagonista del libro, ma un’idea di solitudine non straziante o tragica, semplicemente ingombrante al punto di riempire tutte le pagine.
Non essendo supportata da alcunché di soprannaturale, la narrazione dovrebbe quanto meno essere realistica, ma i punti di realismo sono troppo pochi, se non completamente assenti. Tutta la costruzione non regge, i ricordi di Blaze sono strazianti, ma il lettore consapevole percepisce che un personaggio “puro” di cuore in quella misura non è concepibile, il gigante buono resta solo un mito o una fantasia mal riuscita di King.
Mi fa sorridere anche la serie di catastrofi che si abbattono sulle spalle di Clay, dalla morte della madre in tenera età fino alla morte di George, il suo amico/complice, come se la sorte si fosse accanita, implacabile, sul personaggio secondo il canovaccio tipico del romanzo strappalacrime inglese ottocentesco (non è un caso che la lettura preferita di Blaze sia appunto Oliver Twist di Dickens).
In ogni caso il romanzo scivola via in fretta, complice la sua totale inutilità, non aggiunge nulla di significativo alla produzione kinghiana e non mi da alcun motivo per riesumarlo dallo scaffale tra qualche anno, anzi confesso di aver affrontato le ultime pagine con un senso di fastidio ed impazienza di terminarlo così da poter ritornare a Mondo senza fine di Follet (ne saprete di più tra qualche giorno, ma vi anticipo che nemmeno lui mi sta soddisfacendo in pieno) che avevo lasciato sul comodino.
"Spie e traditori, nella storia umana, ce n'erano già stati (non poi così tanti del resto, solo alcuni, a intervalli distanziati; era piuttosto notevole constatare nel complesso quanto gli uomini si fossero comportati da brave bestie, con la buona volontà del bue che sale allegramente nel camion che lo conduce al macello); ma io ero probabilmenteil primo a vivere in un'epoca in cui le condizioni tecnologiche potevano conferire al mio tradimento tutto il suo impatto. Del resto non avrei fatto che accelerare, concettualizzandola, un'evoluzione storica ineluttabile. Gli uomini avrebbero voluto vivere sempre più nella libertà, nell'irresponsabilità, nella ricerca folle del piacere; avrebbero voluto vivere come vivevano già, in mezzo a loro, i kids, e quando l'età avesse fatto sentire il suo peso, quando fosse divenuto loro impossibile sostenere la lotta, ci avrebbero dato un taglio; ma nel frattempo avrebbero aderito alla Chiesa elohimita, il loro codice genetico sarebbe stato salvaguardato, e sarebbero morti nella speranza di una continuazione indefinita di quella stessa esistenza votata ai piaceri. Tale era il senso del movimento storico; tale la sua direzione a lungo termine, che non si sarebbe fermata all’Occidente; l’Occidente si limitava a dissodare, a tracciare la strada, come soleva fare dalla fine del medioevo.
Allora sarebbe sparita la specie nella sua forma attuale; allora sarebbe apparso qualcosa di diverso, di cui non si poteva ancora dire il nome, forse peggiore, forse migliore, che sarebbe stato comunque più limitato nelle proprie ambizioni, e a ogni modo più calmo: l’importanza dell’impazienza e della frenesia non doveva essere sottovalutata nella storia umana."
Da "La possibilità di un'isola" di Michel Houellebecq
Il brano che ho citato, a mio giudizio, dà la misura esatta del problema contenuto in ogni passaggio, violento, graduale o indolore che sia, da una società vecchia ad una nuova che sta sorgendo.
Come sempre abbiamo il punto di vista di un gruppo di singoli che diventa predominante e trascina inevitabilmente la massa verso il nuovo assetto che si sta strutturando.
Il transito da un vecchio mondo verso uno nuovo implica, in ogni caso, un cambio di valori a cui l’individuo deve adattarsi se vuole sopravvivere alle mutate condizioni oppure che può decidere di rigettare e di conseguenza soccombere.
Nel caso della distopica società futura tratteggiata da Houellebecq nel romanzo, però, tutta la vecchia etica viene soppiantata non da una nuova classe di valori, bensì dal nulla, dal vuoto più completo.
La generazione di kids, voluta e preparata dalle classi dirigenti così da avere docili masse che non si interessano di nulla al di fuori delle proprie individualità particolari, ha come unico scopo il piacere immediato, non concepisce nemmeno sentimenti quali l’amicizia o l’amore e vive giorno dopo giorno solamente nel culto del singolo.
Intrecciano rapporti e relazioni senza nemmeno rendersi conto del dolore che provocano a chi appartiene al vecchio modo di essere, non sono cattivi e non sono buoni. Hanno semplicemente superato il concetto.
L’ideale di giovinezza che Daniel1 persegue è di conseguenza errato.
La soluzione del problema non è bloccare il processo di invecchiamento e degenerazione del corpo, questo sfocia inevitabilmente nella statica società dei cloni di cui si legge nelle pagine del romanzo.
Ciò che Daniel1 insegue è un impossibile non-kid perché il kid non percepisce nemmeno la giovinezza di cui è permeato. Esther non lascia il vecchio Daniel1, Esther passa semplicemente oltre. Se Daniel1 fosse stato giovane e vigoroso, nulla sarebbe cambiato.
In questo transito di società mancano delle figure determinanti, gli intellettuali, che solitamente hanno il compito di generare l’etica del periodo che segue.
Non essendoci alcun interesse, se non superficiale ed apparente, per la cultura, gli intellettuali perdono la loro funzione determinante e lasciano il mondo alla mercé dei santoni della nuova religione tecnologica responsabile del nuovo ordine globale.
Daniel1, con il suo ruolo di comico, riesce solo a smitizzare la società contemporanea attraverso la satira feroce che ne fa, ma non è capace di proporre alcun modello sostitutivo, anzi si rende egli stesso responsabile del collasso etico. La contraddizione sta nel suo riuscire a vedere l’uomo per quello che è, un animale gretto ed ignorante, utilizzabile solo a scopi sessuali e vuoto di qualsiasi sentimento, e ricercare poi nell’altro la corrispondenza dei propri desideri.
L’unica risoluzione della tensione sta nel suicidio, nella negazione della vita stessa.
E la società dei cloni in sé è negazione della vita.
Questi esseri che replicano il patrimonio genetico dei loro predecessori restano cristallizzati ed immutabili, abitano gli stessi luoghi che abitavano i loro “genitori” e non se ne allontanano mai poiché il mondo, a causa di non troppo specificati mutamenti climatici e territoriali, è una landa inospitale popolata solo da “selvaggi”.
I cloni non provano emozione, non sono capaci di riprodursi perché uno dei cardini della nuova società era proprio lo scoraggiare la riproduzione “naturale” affidando la propria rinascita esclusivamente alla tecnologia.
Questa stasi mortale e senza sbocchi, questa condizione di non-vita surreale, fatta solo di comunicazioni e visioni del mondo attraverso indirizzi IP, si pone, in quel contesto, come unica possibilità di esistenza.
I selvaggi del mondo esterno sono tenuti alla larga, emarginati e temuti, ma sono essi l’ultimo residuo di umanità vera che tra le tensioni di conflitti e violenze dovrà condurre verso il futuro ripercorrendo tutti i passaggi dello sviluppo umano ripartendo dall’età primitiva.
Daniel25, ultimo epigono di Daniel1, rileggendo dopo due millenni il Racconto di Vita, l’autobiografia lasciata dal suo avo originario, comprende che l’attesa, nel suo caso di un Daniel26, non porta alcuna salvezza e che se realmente salvezza sia possibile va ricercata altrove, nel mondo di fuori.
Abbandona, dunque, la sua postazione, ma come Daniel1 non è capace di adattarsi alla società di selvaggi con cui è dolorosamente costretto a condividere gli spazi e decide, ancora una volta, di lasciarsi morire.


"Era entrato un tizio con un impermeabile grigio e un cappello di feltro.
Aveva occhi azzurri inespressivi, dei baffetti sottili e un sorriso falso da commesso viaggiatore. Mi dispiacque che Fermín fosse appena uscito, perché era abilissimo nel liberarsi dei venditori di canfora e cianfrusaglie che ogni tanto capitavano in libreria. Il cliente mi rivolse un sorriso untuoso, afferrando un volume a caso da una pila di libri ancora da prezzare. Tutto in lui lasciava trasparire un profondo disprezzo per quanto lo circondava. Non riuscirai a vendermi neanche uno spillo, pensai.
«Quante parole» disse.
«È un libro, e si dà il caso che contenga un certo numero di parole. In cosa posso esserle utile?»
L'uomo rimise il libro sulla pila, ignorando la mia domanda.
«Proprio così. La lettura è un'attività per la gente che non ha niente da fare. Come le donne. Chi lavora per campare non perde tempo a leggere storielle. Nella vita bisogna sgobbare. Dico bene?»
«È un punto di vista. Cercava qualcosa in particolare?»
«Non è un punto di vista, è un dato di fatto. È il problema di questo paese, la gente non vuole lavorare. Siamo pieni di fannulloni, non le pare?»
«Non saprei. Può darsi. Qui, come vede, ci limitiamo a vendere libri.»
L'uomo si avvicinò al banco, mentre i suoi occhi perlustravano il negozio e ogni tanto mi scrutavano. L'aspetto e i modi di quell'individuo avevano qualcosa di vagamente familiare, ma non riuscivo a capire cosa mi ricordava. Faceva pensare a una figura dei tarocchi o di un'incisione di un incunabolo. Era una presenza inquietante, una sorta di maledizione vestita a festa."
L’effetto “dirompente” avuto sulla mia figlia virtuale ^^ mi aveva colpito non poco e di conseguenza ieri, circa alle tre del pomeriggio, sono entrata per la prima volta nel Cimitero dei Libri Dimenticati.
Tra una pausa e l’altra, un paio di chiacchierate su msn e l’ora di cena, ho divorato pagina su pagina, leggendo non solo con la mia consueta fretta di appropriarmi carnalmente e nel più breve tempo possibile dei libri che hanno la sventura di finire sotto le mie dita, ma assaporando curiosamente ogni parola e dettaglio che si schiudevano tra le righe ad onta della velocità forsennata.
Pochi minuti prima che l’orologio segnasse l’una di notte, spegnevo la lampada sul comodino e riponevo il libro finito.
Sono gli anni immediatamente successivi alla guerra civile spagnola, con il paese dominato dalla dittatura franchista. Tutto scorre in pace ed operosità, si vive, si ama, ci si diverte con il fascismo che incombe nell’angolo, ma non turba la vita dei cittadini fedeli al Regime, fa sentire la propria presenza di controllore costante ed implacabile e per chi rientra nei canoni della retta via ciò non costituisce un problema.
La Libertà apparentemente non è negata, la piccola libertà di essere omologati ed inquadrati è lasciata a tutti quanti.
Il problema riguarda essenzialmente i “diversi” come l’omosessuale del quartiere oppure come coloro che, dichiaratamente o meno, sono schedati come “oppositori”.
La Polizia ha facoltà di prelevare questi individui solamente adducendo pretesti, può brutalizzarli sotto gli occhi della gente perbene senza che nessuno possa fare nulla, può incarcerarli, torturarli, ucciderli.
Può disporre della vita o della morte secondo un arbitrio personale, utilizzando il potere per portare a compimento ogni sorta di vendetta privata.
In questo clima da Libertà vigilata e condizionata, si muovono i protagonisti della nostra vicenda alla ricerca di notizie sulla vita di Juliàn Carax, autore de “L’ombra del Vento”, trovato nel Cimitero dei Libri Dimenticati da Daniel Sempere, voce narrante della storia, rimasto affascinato dalla bellezza della prosa del misterioso scrittore scomparso o morto o svanito e di cui qualcuno ha avuto maniacale cura di bruciare le poche copie stampate di ogni suo romanzo.
La caccia all’uomo Carax si dipana essenzialmente tra i ricordi di quelle poche persone che l’hanno conosciuto da bambino e ragazzo, prima che di lui si perdessero le tracce tra Parigi e Barcellona.
Sono voci di fantasmi quelle che parlano, i fantasmi della memoria che riconducono ad accadimenti e luoghi perduti nel tempo passato, ma che conservano strane analogie con il presente.
La vicenda umana e personale di Juliàn, assai simile a quella di Daniel fa capire al lettore che le emozioni che albergano all’interno di noi stessi, di ognuno di noi, sono immutabili nel tempo, si comprende allora che nulla cambia e tutto si ripete e che le storie d’amore, per quanto possano apparire uniche e straordinarie, alla fine sono dense ogni volta dello stesso coinvolgimento emotivo per coloro che le vivono in prima persona.
Perché ogni storia, narrata o vissuta, ogni libro è solamente uno specchio in cui ritroviamo noi stessi e il mondo che abbiamo dentro.
In questo romanzo di libri bruciati, di vite interrotte e sogni mancati si tocca con mano il dolore rinchiuso in ognuno di noi che si ripete e ripete all’infinito, ma alla fine, nelle ultime pagine, la disperazione dell’amore perduto o non ricambiato si intreccia con la speranza che il futuro possa comunque essere migliore.
«I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro» rispose Julián.

Bah, oggi me ne stavo per i fatti miei ed è saltato fuori il nome di He Who Must Not Be Named... ho finito il libro, sarà per quello.
Una sorta di evocazione inattesa e non voluta.
Un po' di trauma, ma passa.
In fin dei conti, è comunque acqua scivolata sotto i ponti.
E poi è normale che saltuariamente caschi nei discorsi You-Know-Who.
Non avere Horcruxes tra le mani è sicuramente un problema, ma in ogni caso non avrei nemmeno la spada di Gryffindor per farli a pezzi, quindi meglio lasciar perdere.
(Questa la capisce solo chi ha letto i libri^^)
Il mondo non è in pericolo e nessun nuovo ordine sta per essere instaurato, è solo come ha detto giustamente qualcuno che mi vuole bene... più ci deludono, più continuiamo a pensarci.
Sarà sicuramente per quello.
Ma volevo parlare del libro, se non avete letto nulla di Harry Potter, fermatevi qui.
Il rischio spoiler è alto.
Sarà l'età, ma non mi sono mai appassionata alla saga del maghetto.
Sinceramente i primi 4 libri sono poco più di favolette per bambini, poco articolati e di un'ingenuità quasi comica.
La Rowling ha però avuto il grande pregio di mutare stile secondo il crescere dell'età dei suoi lettori, ed è stata anche ben pubblicizzata da TV e giornali, a volerla dire tutta.
Il fenomeno si è diffuso anche da noi, anche se la traduzione italiana è pessima.
Tralasciando pure i nomi delle quattro case tradotti a cazzo (Gryffindor / Grifondoro, Slytherin / Serpeverde, Ravenclaw / Corvonero, Hufflepuff / Tassorosso)
Voglio capire anche che un Dumbledore diventi Silente per comodità di comprensione all'italiano medio, ma il portiere della squadra di Quidditch di Griffyndor perchè da Oliver Wood che è in inglese diventa in italiano Oliver Baston? Dov'è la differenza sostanziale? considerato anche che il resto dei giocatori comunque non cambia nome!
Misteri delle case editrici, ma lasciamo perdere, tanto questo non è l'unico caso.
Torniamo IT.
Il salto di qualità comincia con il quinto libro, l'Ordine della Fenice rivitalizza la trama e rende tutto quanto molto più drammatico ed adulto.
Culminando con questo H.P. and the Deathly Hallows.
Alcuni capitoli sono davvero belli, molte risposte convincenti e la narrazione scorre.
Altri sono di una noia quasi mortale, complice la presenza dei soli tre ragazzi sulla scena senza il contorno della varia "umanità" di Hogwarts.
Anche le trovate per toglierli dai guai in cui costantemente si cacciano sono il più delle volte scontate e semplicistiche e l'epilogo è convenzionale per non dire stucchevole.
Stupendo il passaggio dedicato ai ricordi di Severus Snape (povero, sob) e ovviamente il dialogo finale tra Harry e The Dark Lord.
In definitiva, nulla di nuovo sotto al sole.
Tutto va come deve andare e dispiace solo per i poverini caduti sul campo, tante morti di personaggi a cui bene o male ci si affeziona, a mio giudizio, solo per rendere "crudele" un libro che "crudele" non è.
Perchè comunque alla fine i buoni vincono e l'amore trionfa.
Uguale uguale alla vita reale!
Dalle mie parti, lasciando perdere la vittoria dei buoni, aspetto almeno che l'amore trionfi, prima o poi.
(ma non ci credo affatto)
