
Mi segue, mio Dio, mi segue!
Credevo di conoscere ogni angolo delle mia casa, ogni recesso o nascondiglio, ma Cristo!
Dopo dieci interminabili, lunghissime notti di questo orrore reiterato, vacillano anche i punti di riferimento.
Al buio, cazzo! Al buio.
Non vedo, ogni parete che tocco mi pare viscida di melma, che sia colpa del mio sudore? O brulicante di insetti che si aggrappano alle mie dita con la forza della loro stessa disperazione.
Che schifo!
Da dieci notti, mi barrico dentro.
Ho sprangato porte e finestre, ma non serve.
Non serve a nulla.
Si insinua come fumo dalle fessure, da ogni feritoia, da una qualsiasi cazzo di tana da topi.
Entra, sussurra prima, urla poi. Nella sua lingua straziante e incomprensibile. Urla mute che squarciano la notte infinita, che non passa mai.
Dormo di giorno, mi getto sul letto e sprofondo.
Al mio risveglio è piombata di nuovo la notte e l’orrore riviene.
La prima sera ho provato a schiacciare l’interruttore, come negli incubi, premi e ripremi, senti il clic beffardo, ma non si accende alcuna luce. Nemmeno un lume della mia fottutissima casa!
Al culmine della disperazione ho aperto il frigorifero confidando nel flebile, ma rassicurante barlume della minuscola lampadina guida.
Spenta!
Anche quella.
E all’esterno, buio ogni lampione di strada, le auto sfrecciano veloci a fari spenti come fantasmi con gli occhi cavati.
La luce, da dieci giorni non so più cosa sia la luce!
Ho creduto di essere cieco, ma distinguo le ombre degli oggetti intorno a me.
Le intuisco piuttosto, perché il buio totale mi avviluppa come un sudario.
Poi, mentre tentavo di capire, usando la razionalità perché mi è stato insegnato che tutto è razionale e che c’è sempre una spiegazione logica agli avvenimenti, sono cominciati i sussurri.
Voi non potete capire.
I sussurri muti, gelidi soffi senza vita, inerti, ma carichi di un significato straziante proprio perché incomprensibile.
Ho chiuso le porte, trascinato il divano contro la finestra e il tavolo dinanzi al balcone.
Ho alzato le mie barricate contro la pazzia che strisciava sempre di più nei cunicoli della mia mente, ma erano tutti intorno a me.
Mi toccavano col le loro dita schifose, spugnose, gelate.
Dio, il gelo della Morte! Saprete, avrete toccato un cadavere!
Quelle membra rigide di persone che ci sono state care, pietosamente composte sul letto.
Le accarezziamo e restiamo sconvolti dal sentire il freddo di pietra, dal comprendere in un istante indelebile che la vita è calore, nient’altro che calore. Fotuttissimo calore!
Il mio è tutto svanito, anche il conforto.
Mia moglie, i miei figli. Non so dove siano. Non oso nemmeno pormi la domanda.
Mi sono svegliato da solo nella notte gelida, incapace di capirne i motivi.
Scappo lungo l’infinito corridoio, mi acquatto negli angoli, ma continua a seguirmi.
A tratti respiro il suo stesso alito fetido, allora comincio a correre e mi ritrovo ad inciampare su cose gettate sul pavimento che non dovrebbero nemmeno essere concepibili nella mia casa linda e ordinata.
Ma è buio e non vedo, non tocco per l’orrore di scoprire quali cadaveri abbiano fatto irruzione nella mia metodica vita.
Ho la pistola, da dieci giorni non la lascio nemmeno durante il sonno diurno. La stringo tra le dita, come se fosse saldata alla mia mano, vincolata da un patto di sangue.
Ho sparato nel buio, non una, non due volte. Tante. Ricaricando con gesti tremanti, a memoria.
Nessun boato assordante, i colpi risuonano secchi, crudeli, diversi da un film.
Ma a nulla è servito.
I sussurri si sono mutati in grida, le dita che mi sfioravano appena adesso tentano di ghermirmi e non mi ricordo nemmeno più quale sia il mio volto.
Mi sfioro le labbra, la mano non trema, non sento nemmeno l’odore del lubrificante o il sapore del metallo.
Him
Odio ogni cosa di te.
Le mani, le labbra, la curva del mento, i capelli. Il tuo apparire e sparire, entrambi arbitrari, entrambi senza preavviso. Odio il tuo modo di porti alla gente, il tenere a distanza, lo sfuggire i discorsi più seri, il ricorso al riso nei momenti meno opportuni. Odio la tua assenza, la tua mancanza, le tue richieste insistenti. I tuoi occhi che sfuggono e che mai restano ancorati nei miei, odio le parole che non mi dici e anche quelle mi ripeti, incessanti, medesime, continue.
Odio averti lontano, distante anche quando sei qui, con me, tra le mie braccia. Odio queste mie stesse braccia, incapaci di trattenerti, di vincolarti alla mia carne, di farti restare. Odio il computer, la stanza, la casa, il mondo. I freni che mi tengono ferma, ancorata e bloccata in situazioni scomode, su questa sedia che conserva, giorno dopo giorno, il segno del mio corpo e ne assorbe le forze, o meglio, la volontà. Odio i colori, piccini in un angolo, più grandi qui sullo schermo.
Odio ogni cosa di me.
Odio anche il non saper perdere, definitivamente, la pazienza.
D(io)
Me ne sto qui, seduto in disparte e la poltrona è anche scomoda.
Di certo non mi invidiereste, voi bravi solo a parlare e criticare, se foste al posto mio.
Io sto qui e vi lascio fare, vi guardo spesso come se foste un telefilm di pessima qualità, una sceneggiature venuta male. E sapete, non mi sento nemmeno responsabile. Vi ho dato il libero arbitrio proprio per lavarmene le mani e ridere di voi da lontano.
Ho sopportato tutto, mi avete chiamato in molti modi, pochissimi dei quali piacevoli. Avete sostenuto a spada tratta la mia non esistenza, con protervia avete gridato di essere atei. E io qui, nuovamente a sorridere, in silenzio.
Non mi è mai importato il vostro giudizio, siete stati un passatempo. Nulla di più.
Anche l’immagine di me che avete non mi soddisfa, ma fino ad ora non me ne sono mai curato.
Vi ho fornito uno scenario dove vivere e l’avete imbrattato di sozzura, avete tirato fuori da voi stesso tutto il peggio che fosse stato possibile concepire e ve ne siete lavati le mani con la scusa di essere a mia immagine. Guerra, morte e distruzione sono state il vostro pane quotidiano, avete goduto nel recarvi dolore a vicenda.
E sono giunto al punto che la vostra commedia umana non mi diverte più, la osservo da qui con malcelato raccapriccio.
In verità, in verità vi dico che, sarà l’età, ma non ho più pazienza di stare qua a tenervi d’occhio.
Vi spengo.
Click.

Ma occhio per occhio, dente per dente.
Estremizzo anche io.
L’idea di fondo è che in presenza di una “norma” sia ovvio seguirla, altrimenti non avrebbe senso nemmeno imporre la suddetta norma.
Ma questa tratteggia di fatto le linee guida di una società e stabilisce i binari su cui la società stessa deve viaggiare.
E più rigida diventa, meno libero arbitrio lascia all’individuo.
Una famiglia normale
Pietro siede a capotavola, come ogni buon patriarca, e guarda distrattamente il telegiornale.
Maddalena da un’ultima rimescolata alla zuppa prima di servirla nei piatti.
Pietro e Maddalena sono sposati da quindici anni, cinque figli e nessun metodo anti-concezionale. Alla fine, hanno semplicemente abbracciato la via della castità, consapevoli che lo stipendio da impiegato non era conciliabile con le gioie del sesso.
Maria, quattordici anni, ha deciso di non iscriversi al Liceo. Per essere una buona madre, come sua madre, non serve istruzione.
In casa può ricevere tutti gli insegnamenti di cui ha bisogno e quando suo padre stabilirà il giorno delle nozze con Amedeo, il fidanzato che le hanno scelto, anche lei diventerà una madre esemplare.
Il mondo del lavoro non è adatto alle signorine bene educate, esse devono preservare la loro integrità morale e spirituale all’interno della casa affinché un domani possano, a loro volta, essere d’esempio ai figli e perpetuare l’idea naturale di famiglia.
Maria è contenta, tutte le sue amiche sono contente ed è normale che lo siano perché questa è la normalità.
Pietro secondo ha tredici anni e siede alla destra del padre, non parla se non interrogato. Ascolta la voce di Pietro e annuisce tranquillo.
Non pone domande, non ci sono domande da porre.
Tutto quel che si deve sapere o si deve fare è già scritto. Finirà la scuola media quest’anno e poi l’istituto tecnico di ragioneria. Suo padre è ragioniere e non c’è ragione per cui anche lui non debba ragionare in quel senso.
In ufficio, un domani, prenderà il posto di Pietro nel naturale e normale avvicendamento della vita.
Questo è l’unico modo per cui non ci siano tensioni. La famiglia è un posto tranquillo e così deve restare nei secoli dei secoli.
Gabriele, come l’arcangelo, veste già di nero a dodici anni. Dei cinque figli, lui è quello destinato alla Chiesa.
Grande gioia per una famiglia, una volta assicuratasi la continuità del cognome attraverso il figlio maggiore, affidare a Dio quello minore. Si è sempre usato così ed è giusto che così sia.
Amen.
Anche Gabriele è contento, nel suo cuore sa che con ogni probabilità, la sua vita sarà molto meno faticosa di quella di Pietro secondo.
Il clero è accudito, il clero non lavora. Sarà pastore di anime e i fedeli avranno cura di lui.
Anna ha lo sguardo furbo ed è la disperazione di Maddalena, non gioca con le bambole di Maria e preferisce le automobiline di Gabriele. Inoltre si ostina a non voler imparare a ricamare e cucire e Maddalena più volte è stata costretta a scusarsi durante le consuete visite di Agnese, madre di Giacomo, futuro marito di Anna.
Naturalmente la suocera, temendo per le sorti del suo ragazzo, non è soddisfatta della condotta di Anna ed ha fatto pressioni per un controllo medico della bambina.
Per Pietro e Maddalena i giorni delle visite all’Ospedale Familiare sono stati i peggiori di un’intera esistenza, il solo pensiero che la loro piccina potesse venir allontanata da casa li colmava di angoscia, ma il Signore benedice sempre i suoi servi fedeli.
Il certificato che attesta la normalità di Anna è incorniciato ed appeso nella parete migliore del salotto buono.
Le lettere azzurre spiccano sul foglio bianco:
Agnese dovrà solo avere pazienza, Maddalena ormai sa che la sua bambina diventerà, con il tempo, una mamma perfetta.
Giovanni è il piccino di casa, dieci anni e domenica farà finalmente
Tutte le famiglie della famiglia si stringeranno accanto al bambino nel giorno in cui riceverà il Corpo di Cristo.
Ci sarà la famiglia dei nonni, quelle degli zii, quelle degli amici.
Perdonate la ripetizione frequente del termine "famiglia", ma essa è l’unità di misura della società ed è cosa buona e giusta oltre che nostro dovere e fonte di salvezza riconoscerlo e renderle grazie ribadendo il concetto il più spesso possibile.
Giovanni è emozionato, ma, sotto il caschetto di capelli biondi da angioletto, gli occhi azzurri sono tristi.
La zuppa è in tavola, Maddalena si siede e attende che Pietro reciti
“Perché domenica, alla mia Prima Comunione, zio Ugo non potrà venire? Era simpatico lo zio! Mi portava sempre le caramelle e mi raccontava tantissime storie. Io gli voglio bene, ecco!”
E scoppia a piangere.
Pietro e Maddalena si guardano negli occhi, sgomenti.
Come si fa a spiegare al proprio bambino di soli dieci anni che lo zio Ugo a cui era tanto affezionato, fratello sfortunato di Pietro, ha deciso consapevolmente di diventare la zia Luana e che per questo motivo
Essere bravi genitori, a volte, è davvero difficile.



Adamo
L’Uomo aprì gli occhi in un bianco abbacinante.
“Dove sono?” chiese guardandosi intorno.
L’altro uomo, accanto a lui, ignorò la domanda.
“Dove sono?” tornò a chiedere insistente.
Questa volta si sentì scrutare dall’azzurro penetrante degli occhi dell’Altro.
“Non sei.” gli fu risposto. “Il mondo, l’universo, il Tutto è finito.”
L’Uomo rabbrividì, poi ritenne di essere in balia di un folle.
“Che sciocchezze racconti? Io sono, penso, respiro. Quindi esisto.” affermò sicuro, confortato da secoli di razionali filosofie.
“Permettimi di insistere. Tu non sei più. Sei fuori dal tempo, aldilà di ogni dimensione.” ribatté l’Altro, protervo.
“E chi sei tu per affermare ciò?” chiese l’Uomo dubbioso.
“Io sono colui che è.” secco, conciso, l’Altro rispose.
“Dio? Tu saresti Dio?” rise l’Uomo incredulo.
“Così sono stato talvolta chiamato.” annuì l’Altro con uno scintillio fulmineo nell’azzurro degli occhi “ ma tra tutti non è questo il nome che preferisco.”
“Tu sei solo un pazzo, fammi uscire da qui!” veemente l’Uomo saettò lo sguardo alla ricerca di una via di fuga.
“Sei oltre ogni dimensione umana, Adamo.” fu la risposta pacata del suo interlocutore.
“Perché mi chiami così? Non è quello il mio nome.” urlò l’Uomo mentre il rosso gli tingeva le gote.
“Sei stato scelto a caso, tra miliardi di forme di vita in miliardi di mondi, figlio mio.” affermò l’Altro con la voce carica di benevolenza.
“Non sei Dio, sei solo un uomo come me!” protestò colui che era stato chiamato Adamo.
“Ho scelto questa forma corporea per adeguarmi alla finitezza della tua mente, figlio. Non potresti mai nemmeno concepire le mie reali sembianze.” sorrise l'Altro, come un padre indulgente verso i limiti del figlio.
“Perché sono qui?” chiese Adamo in un filo di voce.
“Perché io ho bisogno di te. Dio ha sempre bisogno di almeno uno dei suoi figli.” lo blandì l’Altro
“Per quale motivo?” insisté confuso l’Uomo.
“Perché Tutto possa ricominciare dal Principio.” fu la risposta decisa.
“Dio è onnipotente, non ha bisogno dei suoi figli” protestò Adamo “ questa è la prova che tu menti!”
“Non ti hanno insegnato che nulla si crea e nulla si distrugge, figlio mio?” spiegò paziente l’Altro.
“Me lo ripetevano a scuola, quando studiavo. Nulla si crea e nulla si distrugge.” recitò Adamo compunto.
“Appunto. L’intero Tutto non è più. Tu sei stato portato qui per essere la matrice originaria del Tutto che verrà. La struttura del tuo pensiero sarà la base del nuovo Universo e si replicherà all’infinito in ogni forma di vita. Fino alla fine del ciclo.” l’Altro agitò le mani e per un unico istante nel bianco apparvero infiniti mondi.
“Non capisco” sospirò Adamo con immensa tristezza.
“Non sei qui per capire, figlio mio. Abbandonati tra le mie mani.” e tese le braccia per trarlo a sé.
Adamo gli poggiò il capo sulle ginocchia, bambino che cerca conforto nell’abbraccio del Padre.
Le mani gli strinsero le tempie, non ebbe tempo di urlare.
In quella dimensione il Tempo non era.
In un lampo di luce esplose.
Big Bang.
Frammenti di materia cerebrale furono sparsi nel vuoto a generare infinite galassie.
Per il concorso a tema di CR... il mio contributo è questo.Non disseta l’acqua di mare. Non toglie la sete, non spegne l’arsura della gola bruciata da troppe parole sprecate, dalle tante lacrime amare ingoiate per giorni…per mesi…per anni.
Il sale consuma e disgusta, offusca i sapori in un miscuglio metallico, confonde ed annebbia la vista quando uscendo dai flutti le ciocche bagnate dei capelli sono un velo scomposto tra lo sguardo e la vita.
Evapora l’acqua di mare sotto il giallo del sole che cuoce e dissecca e lascia una patina bianca sulla pelle dorata insieme all’odore del vento impresso sul corpo…indelebile.
Pulisce, purifica, monda l’acqua di mare. Rileva la sabbia trascinandola via in recessi perduti, in rivoli folli, in gorghi frenetici. Penetra nei pori e invade anche l’anima con il suo sciabordio costante e infinito. Per qualche secondo netta ogni sozzura, sommerge qualsiasi dolore, ti dona la pace.
E’ illusione l’acqua di mare, promessa di vita eterna e salvezza. Ti invita calma e sorniona e ti spezza quando ritiene che tu abbia osato in eccesso. Devasta e travolge sassi lucenti o immense muraglie e non fa differenze.
E’ imparziale l’acqua di mare, non ha preferenze. Tratta tutti nell’identico modo.