mercoledì, 31 ottobre 2007, ore 11:08



Ho svariate cose da fare, non ultima preparare la cena a tema per la festa e sistemare un po' casa, ma mentre ero ordinariamente affaccendata nelle mie ordinarie faccende, nella mia testa si è materializzato il racconto che leggerete qualche riga più in basso.
Sarà perchè le ordinarie faccende di casa sono equiparabili ad un horror, sarà perchè ho avuto la necessità di scacciare pensieri inopportuni e tristissimi, fatto è che il raccontino orribile si è palesato e mi ha costretta a sospendere ogni altra attività.
Quando le parole vogliono uscire dalle dita l'unica cosa possibile da fare è assecondarle.
Ah, complice di sicuro è Bodysnatchers, ma dentro fino al collo c'è anche "Io sono leggenda" e gran parte  del luogocomunismo horror, insomma un guazzabuglio che spero apprezzerete, almeno per lo sforzo ^^

Chiave di lettura a più strati.
Può essere un'invasione aliena, i morti viventi che calpestano la terra o semplicemente la pazzia.
Fate voi, come più vi piace

Il resto... su Weird Fishes (più tardi però)

I've seen it coming

Mi segue, mio Dio, mi segue!
Credevo di conoscere ogni angolo delle mia casa, ogni recesso o nascondiglio, ma Cristo!
Dopo dieci interminabili, lunghissime notti di questo orrore reiterato, vacillano anche i punti di riferimento.
Al buio, cazzo! Al buio.
Non vedo, ogni parete che tocco mi pare viscida di melma, che sia colpa del mio sudore? O brulicante di insetti che si aggrappano alle mie dita con la forza della loro stessa disperazione.
Che schifo!
Da dieci notti, mi barrico dentro.
Ho sprangato porte e finestre, ma non serve.
Non serve a nulla.
Si insinua come fumo dalle fessure, da ogni feritoia, da una qualsiasi cazzo di tana da topi.
Entra, sussurra prima, urla poi. Nella sua lingua straziante e incomprensibile. Urla mute che squarciano la notte infinita, che non passa mai.
Dormo di giorno, mi getto sul letto e sprofondo.
Al mio risveglio è piombata di nuovo la notte e l’orrore riviene.
La prima sera ho provato a schiacciare l’interruttore, come negli incubi, premi e ripremi, senti il clic beffardo, ma non si accende alcuna luce. Nemmeno un lume della mia fottutissima casa!
Al culmine della disperazione ho aperto il frigorifero confidando nel flebile, ma rassicurante barlume della minuscola lampadina guida.
Spenta!
Anche quella.
E all’esterno, buio ogni lampione di strada, le auto sfrecciano veloci a fari spenti come fantasmi con gli occhi cavati.
La luce, da dieci giorni non so più cosa sia la luce!
Ho creduto di essere cieco, ma distinguo le ombre degli oggetti intorno a me.
Le intuisco piuttosto, perché il buio totale mi avviluppa come un sudario.
Poi, mentre tentavo di capire, usando la razionalità perché mi è stato insegnato che tutto è razionale e che c’è sempre una spiegazione logica agli avvenimenti, sono cominciati i sussurri.
Voi non potete capire.
I sussurri muti, gelidi soffi senza vita, inerti, ma carichi di un significato straziante proprio perché incomprensibile.
Ho chiuso le porte, trascinato il divano contro la finestra e il tavolo dinanzi al balcone.
Ho alzato le mie barricate contro la pazzia che strisciava sempre di più nei cunicoli della mia mente, ma erano tutti intorno a me.
Mi toccavano col le loro dita schifose, spugnose, gelate.
Dio, il gelo della Morte! Saprete, avrete toccato un cadavere!
Quelle membra rigide di persone che ci sono state care, pietosamente composte sul letto.
Le accarezziamo e restiamo sconvolti dal sentire il freddo di pietra, dal comprendere in un istante indelebile che la vita è calore, nient’altro che calore. Fotuttissimo calore!
Il mio è tutto svanito, anche il conforto.
Mia moglie, i miei figli. Non so dove siano. Non oso nemmeno pormi la domanda.
Mi sono svegliato da solo nella notte gelida, incapace di capirne i motivi.
Scappo lungo l’infinito corridoio, mi acquatto negli angoli, ma continua a seguirmi.
A tratti respiro il suo stesso alito fetido, allora comincio a correre e mi ritrovo ad inciampare su cose gettate sul pavimento che non dovrebbero nemmeno essere concepibili nella mia casa linda e ordinata.
Ma è buio e non vedo, non tocco per l’orrore di scoprire quali cadaveri abbiano fatto irruzione nella mia metodica vita.
Ho la pistola, da dieci giorni non la lascio nemmeno durante il sonno diurno. La stringo tra le dita, come se fosse saldata alla mia mano, vincolata da un patto di sangue.
Ho sparato nel buio, non una, non due volte. Tante. Ricaricando con gesti tremanti, a memoria.
Nessun boato assordante, i colpi risuonano secchi, crudeli, diversi da un film.
Ma a nulla è servito.
I sussurri si sono mutati in grida, le dita che mi sfioravano appena adesso tentano di ghermirmi e non mi ricordo nemmeno più quale sia il mio volto.
Mi sfioro le labbra, la mano non trema, non sento nemmeno l’odore del lubrificante o il sapore del metallo.
 



LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (3)¦ commenti (3)(popup)
categoria : racconti, io

martedì, 18 settembre 2007, ore 23:46

Disclaimer:

Non stiamo parlando di me! ^^

E' solo la possibilità di un mini-racconto alternativo per il famoso concorso a tema di CR (la perdita della pazienza), mi sentivo ispirata ed è saltato fuori questo, che non posterò perchè comunque quello su Dio mi piace di più. Lo metto qui come testimonianza e archivio della mia produzione letteraria, giusto per non perderlo durante qualche selvaggio e indiscriminato format C.


Him

Odio ogni cosa di te. 

Le mani, le labbra, la curva del mento, i capelli. Il tuo apparire e sparire, entrambi arbitrari, entrambi senza preavviso. Odio il tuo modo di porti alla gente, il tenere a distanza, lo sfuggire i discorsi più seri, il ricorso al riso nei momenti meno opportuni. Odio la tua assenza, la tua mancanza, le tue richieste insistenti. I tuoi occhi che sfuggono e che mai restano ancorati nei miei, odio le parole che non mi dici e anche quelle mi ripeti, incessanti, medesime, continue.

Odio averti lontano, distante anche quando sei qui, con me, tra le mie braccia. Odio queste mie stesse braccia, incapaci di trattenerti, di vincolarti alla mia carne, di farti restare. Odio il computer, la stanza, la casa, il mondo. I freni che mi tengono ferma, ancorata e bloccata in situazioni scomode, su questa sedia che conserva, giorno dopo giorno, il segno del mio corpo e ne assorbe le forze, o meglio, la volontà. Odio i colori, piccini in un angolo, più grandi qui sullo schermo.

Odio ogni cosa di me.
Odio anche il non saper perdere, definitivamente, la pazienza.

LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (2)¦ commenti (2)(popup)
categoria : racconti

venerdì, 07 settembre 2007, ore 15:33

Concorso a tema su CR e questo che segue è il mio modestissimo contributo ^^

D(io)

Me ne sto qui, seduto in disparte e la poltrona è anche scomoda.
Di certo non mi invidiereste, voi bravi solo a parlare e criticare, se foste al posto mio.
Io sto qui e vi lascio fare, vi guardo spesso come se foste un telefilm di pessima qualità, una sceneggiature venuta male. E sapete, non mi sento nemmeno responsabile. Vi ho dato il libero arbitrio proprio per lavarmene le mani e ridere di voi da lontano.
Ho sopportato tutto, mi avete chiamato in molti modi, pochissimi dei quali piacevoli. Avete sostenuto a spada tratta la mia non esistenza, con protervia avete gridato di essere atei. E io qui, nuovamente a sorridere, in silenzio.
Non mi è mai importato il vostro giudizio, siete stati un passatempo. Nulla di più.
Anche l’immagine di me che avete non mi soddisfa, ma fino ad ora non me ne sono mai curato.
Vi ho fornito uno scenario dove vivere e l’avete imbrattato di sozzura, avete tirato fuori da voi stesso tutto il peggio che fosse stato possibile concepire e ve ne siete lavati le mani con la scusa di essere a mia immagine. Guerra, morte e distruzione sono state il vostro pane quotidiano, avete goduto nel recarvi dolore a vicenda.
E sono giunto al punto che la vostra commedia umana non mi diverte più, la osservo da qui con malcelato raccapriccio.
In verità, in verità vi dico che, sarà l’età, ma non ho più pazienza di stare qua a tenervi d’occhio.
Vi spengo.
Click.


LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (2)¦ commenti (2)(popup)
categoria : racconti

martedì, 12 giugno 2007, ore 21:18

Il concorso di giugno su CR ha un tema molto intrigante: Il Caso.
Ho ovviamente contribuito con il mio solito delirio, ma prima di copia-incollare anche qua sul blog voglio esternare qualche considerazione introduttiva.

Prima di tutto quelle poche righe sono assolutamente vere, io sono come sono per caso.
Il Caso ha posto sulla mia strada determinate persone, mi ha fatto entrare in contatto con determinate idee, il Caso ha operato determinate scelte in mia vece.
Non potrei mai pensare che una mente superiore possa preordinare una vita, tutte le vite, nei più minimi dettagli.
Quel che siamo dipende solo ed esclusivamente dal Caso.
Ad ogni tiro di dadi dell'esistenza ci viene liberata una strada, indicato un cammino.
La nostra vita si sviluppa secondo pietre miliari che non abbiamo disposto noi di nostra mano.
E non siamo liberi nemmeno in queste condizioni, la libertà di scelta, non è la prima volta che lo dico, è illusione.

Non ho scelto io di leggere "L'ultimo cavaliere", mi è capitato tra le mani.
Tutto il resto è venuto dopo.

Basta così, questo è il mio raccontino-ino-ino.

Anagramma

Non è un caso che sia caos.
Ogni volta che tento di riordinare la catena di eventi di tutta la mia vita, comprendo quanto sia vano tentare di trovare correlazioni di cause ed effetti.
I libri fondamentali sono giunti, per caso, tra le mie mani e, sempre per caso, gli incontri che hanno determinato il mio essere attuale. Gli studi di fisica, per caso, si sono trasformati in quelli di filosofia, in una stanza chiusa d'estate, per caso, mi sono innamorata.
Sono così, per caso.
Non c'è progetto, l'Intelligent Design è un mito da sfatare. Nessuna mano ha guidato le combinazioni di fatti che mi hanno portato qui, in queste precise coordinate spazio-temporali a digitare sequenze di lettere che solo in apparenza hanno senso, anche loro figlie del caso più caotico che possiate concepire.
Inutile ragionare di mondi paralleli, di realtà diverse a secondo delle scelte compiute, gli if/then restano privi di senso perché ogni cosa che accade è necessariamente l’unica verità su cui possiamo mettere le mani.
Nel turbinio di avvenimenti, persone, cose, idee che si sono avvicendate nello strano fluire ordinato del nostro tempo, dobbiamo ringraziare il caso se riusciamo a stare ritti nell’occhio del ciclone e ancora in piedi.
LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (2)¦ commenti (2)(popup)
categoria : pensieri, racconti

giovedì, 24 maggio 2007, ore 12:37



Il punto di partenza è questo post di Claudio che riesuma la questione del Family Day e del concetto stesso di famiglia normale.
Ovviamente Claudio estremizza la cosa dal suo punto di vista e fa benissimo perché è sacrosanto utilizzare ogni mezzo per affermare una tesi in cui si crede.

Ma occhio per occhio, dente per dente.
Estremizzo anche io.

L’idea di fondo è che in presenza di una “norma” sia ovvio seguirla, altrimenti non avrebbe senso nemmeno imporre la suddetta norma.
Ma questa tratteggia di fatto le linee guida di una società e stabilisce i binari su cui la società stessa deve viaggiare.
E più rigida diventa, meno libero arbitrio lascia all’individuo.

Sono sincera, nella mia testa il racconto doveva essere soprattutto ironico, ma come al solito le parole sono andate per la loro strada, senza norma, e il risultato tanto ironico non è.

 

Una famiglia normale

Tavola apparecchiata per la cena, tovaglia e stoviglie al loro posto, un confortevole profumo dai fornelli.

Pietro siede a capotavola, come ogni buon patriarca, e guarda distrattamente il telegiornale.
Maddalena da un’ultima rimescolata alla zuppa prima di servirla nei piatti.

Pietro e Maddalena sono sposati da quindici anni, cinque figli e nessun metodo anti-concezionale. Alla fine, hanno semplicemente abbracciato la via della castità, consapevoli che lo stipendio da impiegato non era conciliabile con le gioie del sesso.

Maria, quattordici anni, ha deciso di non iscriversi al Liceo. Per essere una buona madre, come sua madre, non serve istruzione.
In casa può ricevere tutti gli insegnamenti di cui ha bisogno e quando suo padre stabilirà il giorno delle nozze con Amedeo, il fidanzato che le hanno scelto, anche lei diventerà una madre esemplare.
Il mondo del lavoro non è adatto alle signorine bene educate, esse devono preservare la loro integrità morale e spirituale all’interno della casa affinché un domani possano, a loro volta, essere d’esempio ai figli e perpetuare l’idea naturale di famiglia.
Maria è contenta, tutte le sue amiche sono contente ed è normale che lo siano perché questa è la normalità.

Pietro secondo ha tredici anni e siede alla destra del padre, non parla se non interrogato. Ascolta la voce di Pietro e annuisce tranquillo.
Non pone domande, non ci sono domande da porre.
Tutto quel che si deve sapere o si deve fare è già scritto. Finirà la scuola media quest’anno e poi l’istituto tecnico di ragioneria. Suo padre è ragioniere e non c’è ragione per cui anche lui non debba ragionare in quel senso.
In ufficio, un domani, prenderà il posto di Pietro nel naturale e normale avvicendamento della vita.
Questo è l’unico modo per cui non ci siano tensioni. La famiglia è un posto tranquillo e così deve restare nei secoli dei secoli.

Gabriele, come l’arcangelo, veste già di nero a dodici anni. Dei cinque figli, lui è quello destinato alla Chiesa.
Grande gioia per una famiglia, una volta assicuratasi la continuità del cognome attraverso il figlio maggiore, affidare a Dio quello minore. Si è sempre usato così ed è giusto che così sia.
Amen.
Anche Gabriele è contento, nel suo cuore sa che con ogni probabilità, la sua vita sarà molto meno faticosa di quella di Pietro secondo.
Il clero è accudito, il clero non lavora. Sarà pastore di anime e i fedeli avranno cura di lui.

Anna ha lo sguardo furbo ed è la disperazione di Maddalena, non gioca con le bambole di Maria e preferisce le  automobiline di Gabriele. Inoltre si ostina a non voler imparare a ricamare e cucire e Maddalena più volte è stata costretta a scusarsi durante le consuete visite di Agnese, madre di Giacomo, futuro marito di Anna.
Naturalmente la suocera, temendo per le sorti del suo ragazzo, non è soddisfatta della condotta di Anna ed ha fatto pressioni per un controllo medico della bambina.
Per Pietro e Maddalena i giorni delle visite all’Ospedale Familiare sono stati i peggiori di un’intera esistenza, il solo pensiero che la loro piccina potesse venir allontanata da casa li colmava di angoscia, ma il Signore benedice sempre i suoi servi fedeli.
Il certificato che attesta la normalità di Anna è incorniciato ed appeso nella parete migliore del salotto buono.
Le lettere azzurre spiccano sul foglio bianco:

NON E’ LESBICA”.

Agnese dovrà solo avere pazienza, Maddalena ormai sa che la sua bambina diventerà, con il tempo, una mamma perfetta.

Giovanni è il piccino di casa, dieci anni e domenica farà finalmente la Prima Comunione. Per l’evento c’è grande fermento e la commozione generale si tocca con mano.
Tutte le famiglie della famiglia si stringeranno accanto al bambino nel giorno in cui riceverà il Corpo di Cristo.
Ci sarà la famiglia dei nonni, quelle degli zii, quelle degli amici.
Perdonate la ripetizione frequente del termine "famiglia", ma essa è l’unità di misura della società ed è cosa buona e giusta oltre che nostro dovere e fonte di salvezza riconoscerlo e renderle grazie ribadendo il concetto il più spesso possibile.

Giovanni è emozionato, ma, sotto il caschetto di capelli biondi da angioletto, gli occhi azzurri sono tristi.

La zuppa è in tavola, Maddalena si siede e attende che Pietro reciti la Preghiera della Sera, ma la vocina di Giovanni rompe stranamente il silenzio.

Perché domenica, alla mia Prima Comunione, zio Ugo non potrà venire? Era simpatico lo zio! Mi portava sempre le caramelle e mi raccontava tantissime storie. Io gli voglio bene, ecco!

E scoppia a piangere.
Pietro e Maddalena si guardano negli occhi, sgomenti.

Come si fa a spiegare al proprio bambino di soli dieci anni che lo zio Ugo a cui era tanto affezionato, fratello sfortunato di Pietro, ha deciso consapevolmente di diventare la zia Luana e che per questo motivo la Chiesa è stata costretta a mandarlo prematuramente ad incontrare Gesù?

Essere bravi genitori, a volte, è davvero difficile.

LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (20)¦ commenti (20)(popup)
categoria : pensieri, racconti, filosofia, poltica

mercoledì, 07 marzo 2007, ore 16:48

Io non ho voglia di scrivere.

Non ho argomenti, di attualità o di politica o di cultura o di umanità varia. Non ho nemmeno nulla da dirvi di me medesima considerata la piattezza del periodo.
Solite cose, solita vita, solite idee.

Però non voglio lasciare languire il blog in attesa della primavera cerebrale.

Ieri sera ho scritto queste poche righe per il concorso a tema (pioggia) di marzo, su CR.

DolceNera

Liquido cielo nero cade, cade, cade, cade, cade. Percuote le cose, le case, le facce, le membra. Dilaga, sommerge, travolge, trascina, spezza, spazza la strada, la polvere. Lavando col fango, orme per terra, tracce disciolte di momenti scomparsi, passati, finiti. Di oggi, di ieri, di sempre. Fili di ragno sui vetri, lacrime e noia, a tratti la rabbia. E cade, cade, cade, cade ancora. Dissolve argini di argilla alzati come barriere, mura inutili a fermare la furia. Vapori, odori, foglie esiliate, nomadi nell’aria bagnata, sabbia compatta, inondata e sommersa. Riempie vasi di fiori, picchietta sui petali fini, sottili, inclemente violenta germogli, dirompe. Impalpabile scende, lieve, incostante, si ferma.


Il titolo è stato suggerito da Nic, ero priva di fantasia ieri sera ed un banale "Pioggia" non era consono.

E come evocata dal mio scritto, puntuale stamattina è arrivata.
Piove anche ora.

Ah..dimenticavo.
Volevo farlo ieri, poi sono stata rapita dalle Locuste (online GoW è sempre uno spasso^^)

GRAZIE CRIS!!!

^^
LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (3)¦ commenti (3)(popup)
categoria : pensieri, racconti

martedì, 17 ottobre 2006, ore 20:36



Per il concorso a tema di ottobre ( La Primavera ) su CR.



Fabula


Primavera vestiva sempre di verde o di colori sgargianti, per strada offriva mazzi di fiori ai passanti. Fiori di campo, non fiori costosi. Odori e colori legati in un fascio da un nastro di rafia.
Sua madre, secca e arida, viveva reclusa di sua volontà in una minuscola e fredda casa di pietra senza desiderare di avere contatti con anima viva. In paese tutti si domandavano come quella bionda fanciulla flessuosa fosse nata da quel gelido inverno avvizzito.
Primavera sorrideva ai saluti di tutti, ma aspettava l’amore. Porgeva mazzi di fiori a decine e sognava l’uomo speciale che un giorno le avrebbe donato una rosa.
Finalmente venne l’estate calda e assolata, piena di frutti maturi, rigogliosa di vita e senza dir nulla Primavera svanì. Montò un giorno su di un’auto scura, l’uomo al volante raccolse il grano dorato tra i suoi capelli portandolo via. Nessuno in paese si specchiò mai più nel cielo blu dei suoi occhi. Primavera era andata.
Trascorsero i mesi, l’estate si assopì nella bruma di ottobre e nel bosco poco lontano qualcuno passando vide spuntare tra il terriccio smosso qualcosa di verde brillante. Sporchi brandelli di stoffa imbrattati dal rosso spento del sangue, confusi tra il giallo e il bronzo delle foglie cadute d’autunno.
LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (2)¦ commenti (2)(popup)
categoria : racconti

lunedì, 16 ottobre 2006, ore 08:56





Questa foto è una foto di famiglia, al centro quella più alta è mia madre adolescente, la folla dei miei zii e ai due lati i mie nonni.
Oggi mio nonno compie novanta'anni...cioè li avrebbe compiuti, ma il fatto che non ci sia è accessorio perchè comunque mio nonno c'è sempre in ogni caso.
E' la persona che stimo di più in assoluto, quella che mi ha dato i valori in cui credo e non era nemmeno comunista ( il nonno comunista era quello paterno).
Non ho mai chiesto al nonno per chi votasse, non aveva importanza.
Le persone speciali non hanno colore.
Non importava che fosse di destra.
Mi ha insegnato a leggere l'ora e ad allacciarmi le scarpe.
Mi portava in giro con lui a far spese, sempre elegante.
Cappello ed orologio con catena nel gilet anche per andare al mercato a comprare verdure.
E a Natale, io adoro il Natale per lui, abeti giganteschi che toccavano il soffitto e pacchi di tutti i tipi sotto i rami e dolci, montagne di dolci, e bottiglie di vino e liquore.
Mio nonno aveva patito la fame, quella vera e voleva che a casa ci fosse l'abbondanza, era una sua necessità e io lo capisco.
Il racconto che segue è ispirato a lui, non è proprio lui...ma ci somiglia parecchio.

Napoli


Siete mai stati a Napoli?
Venite con me, se lo volete.
Non nella Napoli artistica dei Decumani, delle chiese e dei musei, ma nella Napoli del Ventre, quella “sopra i Quartieri”, quella dei vicoli bui e della biancheria stesa tra i palazzi.
Il Corso Umberto, Via Toledo si offrono larghe al passeggio di umanità varia. Mostrano i loro mille negozi e uffici, un’abbondanza di studi legali e notarili, tutti di pregiatissima e chiara fama, in una cacofonia di colori e suoni.
Non soffermiamoci sulle facciate antiche che fanno bella mostra di sé con i loro portoni ampi e le statue scolpite, con i balconi fregiati da complessi bassorilievi e gli immensi ballatoi spalancati su cortili dove anticamente si fermavano le carrozze della nobiltà.
Lasciamo perdere e sbirciamo lateralmente, di striscio.
Tra due facciate c’è il vicolo che si apre, angusto e cupo.
I fianchi dei secenteschi palazzi quasi si toccano e insieme si inchinano a quella viuzza stretta che condividono, uniti da una corda appesantita dalla quotidianità , sfrontata con le sue mutande stese e incurante della Storia.
I napoletani sono fantasiosi, si immaginano il sole anche dove non arriva mai e con quest’illusione asciugano quei panni multicolori che ondeggiano al vento dei tubi di scarico delle auto che percorrono il grande Corso, ormai ingrigiti quando a fine giornata una mano li ritira.
Entriamo.
Perdiamo l’occhio a rincorrere Spaccanapoli, larga due metri ed infinita. E su di essa centinaia di innesti di stradine, un dedalo da perderci il senno se non si è nati e cresciuti lì, un reticolato che unisce il Centro Antico con il signorile Corso Vittorio Emanuele.
Due mondi, due realtà diverse.
L’Alto Corso si affaccia sul mare, chi vive nei quartieri non vede nemmeno il cielo.
Proviamo a non smarrirci.
Guardiamo furtivi nelle porte spalancate dei bassi, alcuni sono lindi ed ordinati, altri ancora fumosi e pieni di vecchie cianfrusaglie come se fossero rimasti fermi, inceppati al secolo scorso. Ogni tanto si intravedono pavimenti di marmo pregiato e lussuosi arredamenti. Sono le abitazioni dei “guappi” che ostentano il benessere ricavato dall’esercizio della loro professione, invidiati da torme di ragazzini che sognano di prenderne il posto nelle alte gerarchie.
I padroni di casa, sovente, non vi alloggiano. Latitanti o in carcere, affidano alle mogli il delicato compito di tessere le reti di rapporti tra le famiglie del quartiere, tenendo saldo in mano il potere conquistato sul campo dai mariti. Nessuno si scandalizza per le vendette trasversali, per le faide, per gli agguati. Sono i rischi calcolati del mestiere, potremmo dire con un termine squisitamente economico, è il rischio d’impresa.
Andiamo avanti, non è di questa Napoli che voglio parlare.
Voglio mostrarvi una cosa, una sedia.
All’angolo, dove il vicolo confluisce nel Corso, c’è un chiosco. Di quelli che vendono le limonate, le granite oppure un semplice bicchiere d’acqua.
Vedete la sedia vuota? Rivolta verso l’interno, non alla Via Grande. E’ ancora lì anche se ormai da alcuni mesi il suo abituale occupante è morto, non è stata rimossa in segno di rispetto.
Don Raffaele si è seduto su quella sedia ogni giorno, arrivando sempre alla stessa ora. Per anni, chi dice venti, chi ancora di più. Se ne è persa la memoria, ormai.
Antico come la scalinata che sale sul vicolo, dal volto rugoso e segnato, vestito sempre allo stesso modo. Una giacchetta marrone chiaro, d’estate con il gran caldo camicia bianca a maniche corte, e dei calzoni verdi. I baffi bianchi sempre più radi con lo scorrere del tempo e la coppola in testa.
Tiene il bastone stretto nella mano sinistra, la destra è solo un moncherino ricucito con punti malandati, raffazzonati alla meno peggio.
Viene da pensare che l’abbia persa in una notte di Capodanno, mentre celebra il barbarico rito dello “sparo dei tracchi”, ma non è così.
Nell’interregno tra le due Grandi Guerre, Raffaele, ragazzetto di dodici anni, lavora nell’industria conserviera. Inscatola i pomodori, a dirla breve. Per disattenzione, per l’età o forse per la fame che confonde, non ha tolto in tempo la mano dalla macchina.
Il risultato è quel moncone ricurvo, orribile a vedersi.
Ad ascoltare Don Raffaele la giornata passa in un battito d’ali, immaginando tutti i vecchi mestieri praticati, figurandoselo quando a vent’anni accompagnato dal mandolino di Gregorio, amico fraterno, si intrufola nelle trattorie per cantare.
Ancora adesso riesce a dare prova della sua bella voce lanciandosi di tanto in tanto in un assolo tremolante, che sale nell’aria cercando di coprire il rumore dei clacson.
È andato in Germania, a piedi. In cerca di fortuna.
Al suo ritorno con un po’ di soldi si è sposato e campa la famiglia con un carretto carico di stoffe, in giro per i mercati della provincia e lo senti raccontare delle levatacce all’alba per accaparrarsi il posto migliore, dei pezzi di pane riempiti solo da cipolle a fette perché non può permettersi di comprare il companatico.
E ridi quando lo senti parlare di sua moglie, Antonietta, e della sua fede incrollabile nel “munaciello” , lo spiritello domestico benevolo e dispettoso che fa impazzire le massaie con i suoi scherzi. Racconta con voce ancora ferma di sparizioni di tegami ritrovati poi nei posti più strani ed impensati, di rumori notturni di stoviglie andate in frantumi senza che un solo bicchiere si sia sbreccato nella credenza. Stranezze antiche, che oggi fanno sorridere, ma Don Raffaele tiene banco e sa come affascinare il suo pubblico.
Ad intervalli regolari “l’acquaiuolo”, il gestore del chiosco, gli porge un bicchiere. A volte è acqua, molto spesso è limonata, cura in questo modo quel vecchio che è l’attrazione principale del suo esercizio commerciale. Lo coccola, il crocicchio di ascoltatori attenti intorno a lui è la sua fonte di reddito, un chiosco come quello è solo un anacronismo tuffato nel traffico convulso.
Guardi la bocca sdentata, ascolti delle domeniche in carrozzella, a Mergellina sotto il cielo azzurro. Le passeggiate con i figli piccoli nella Villa Comunale, i giri sul “ciucciariello”, l’asinello agghindato che fa battere di gioia le mani dei bambini. Del vestito blu da passeggio, con il cappello e il gilet e la catena d’oro dell’orologio che spunta dal taschino.
Per qualche minuto, prima di riprendere le tue ordinarie faccende, ti stai calando in una Napoli scomparsa, una città fantasma che a tratti si sovrappone a quella presente, lasciandoti stordito e senza fiato.
Bella, bellissima.
Senza le parabole di Sky al balcone e i collegamenti adsl.
Il progresso è ovunque, anche nei vicoli, ma Don Raffaele non ne fa parte, non lo vede nemmeno. Seduto sulla sua sedia di paglia rivolge le spalle al Grande Corso e la mente è fissa nei ricordi.
Nelle “chiacchiere ‘e’ cafè” al bar con i suoi amici di gioventù, tutti morti, tutti inghiottiti dal tempo che è stato.
Una volta un suo nipote gli ha mostrato la Napoli del Domani, i grattacieli del nuovo Centro Direzionale, fatti di vetro e acciaio, svettanti e neri.
Al centro della piazza, enorme e vuota, Don Raffaele ha alzato gli occhi e come per proteggersi ha spinto di più la coppola sulla fronte, sui ciuffi di capelli bianchi.
Sovrastato e oppresso ha scosso la testa e stringendo la spalla del ragazzo ha mormorato:
Jammuncenn”, andiamo via.
È tornato alla sua sedia, ha continuato a raccontare ai passanti.
Anche quando nessuno si fermava, Don Raffaele ha narrato la sua storia a se stesso, per renderla ancora presente.
Antonietta non c’è più, lui vive con la figlia ormai anziana, i nipoti andati tutti per le loro strade.
Ogni mattina alle dieci, puntuale scende le scale e si siede.
Anche ora che la sedia è vuota, è solo l’apparenza.
Se vi avvicinate e tendete l’orecchio, in un soffio di vento lo sentirete ancora parlare.




LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (5)¦ commenti (5)(popup)
categoria : racconti

domenica, 01 ottobre 2006, ore 14:55



Racconto-delirio filosofico...angosciante anche.
Boh...fate voi...accontentatevi nella mia stasi produttiva.


Adamo

L’Uomo aprì gli occhi in un bianco abbacinante.
“Dove sono?” chiese guardandosi intorno.
L’altro uomo, accanto a lui, ignorò la domanda.
“Dove sono?” tornò a chiedere insistente.
Questa volta si sentì scrutare dall’azzurro penetrante degli occhi dell’Altro.
“Non sei.” gli fu risposto. “Il mondo, l’universo, il Tutto è finito.”
L’Uomo rabbrividì, poi ritenne di essere in balia di un folle.
“Che sciocchezze racconti? Io sono, penso, respiro. Quindi esisto.” affermò sicuro, confortato da secoli di razionali filosofie.
“Permettimi di insistere. Tu non sei più. Sei fuori dal tempo, aldilà di ogni dimensione.” ribatté l’Altro, protervo.
“E chi sei tu per affermare ciò?” chiese l’Uomo dubbioso.
“Io sono colui che è.” secco, conciso, l’Altro rispose.
“Dio? Tu saresti Dio?” rise l’Uomo incredulo.
“Così sono stato talvolta chiamato.” annuì l’Altro con uno scintillio fulmineo nell’azzurro degli occhi “ ma tra tutti non è questo il nome che preferisco.”
“Tu sei solo un pazzo, fammi uscire da qui!” veemente l’Uomo saettò lo sguardo alla ricerca di una via di fuga.
“Sei oltre ogni dimensione umana, Adamo.” fu la risposta pacata del suo interlocutore.
“Perché mi chiami così? Non è quello il mio nome.” urlò l’Uomo mentre il rosso gli tingeva le gote.
“Sei stato scelto a caso, tra miliardi di forme di vita in miliardi di mondi, figlio mio.” affermò l’Altro con la voce carica di benevolenza.
“Non sei Dio, sei solo un uomo come me!” protestò colui che era stato chiamato Adamo.
“Ho scelto questa forma corporea per adeguarmi alla finitezza della tua mente, figlio. Non potresti mai nemmeno concepire le mie reali sembianze.” sorrise l'Altro, come un padre indulgente verso i limiti del figlio.
“Perché sono qui?” chiese Adamo in un filo di voce.
“Perché io ho bisogno di te. Dio ha sempre bisogno di almeno uno dei suoi figli.” lo blandì l’Altro
“Per quale motivo?” insisté confuso l’Uomo.
“Perché Tutto possa ricominciare dal Principio.” fu la risposta decisa.
“Dio è onnipotente, non ha bisogno dei suoi figli” protestò Adamo “ questa è la prova che tu menti!”
“Non ti hanno insegnato che nulla si crea e nulla si distrugge, figlio mio?” spiegò paziente l’Altro.
“Me lo ripetevano a scuola, quando studiavo. Nulla si crea e nulla si distrugge.” recitò Adamo compunto.
“Appunto. L’intero Tutto non è più. Tu sei stato portato qui per essere la matrice originaria del Tutto che verrà. La struttura del tuo pensiero sarà la base del nuovo Universo e si replicherà all’infinito in ogni forma di vita. Fino alla fine del ciclo.” l’Altro agitò le mani e per un unico istante nel bianco apparvero infiniti mondi.
“Non capisco” sospirò Adamo con immensa tristezza.
“Non sei qui per capire, figlio mio. Abbandonati tra le mie mani.” e tese le braccia per trarlo a sé.
Adamo gli poggiò il capo sulle ginocchia, bambino che cerca conforto nell’abbraccio del Padre.
Le mani gli strinsero le tempie, non ebbe tempo di urlare.
In quella dimensione il Tempo non era.
In un lampo di luce esplose.
Big Bang.
Frammenti di materia cerebrale furono sparsi nel vuoto a generare infinite galassie.

LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (4)¦ commenti (4)(popup)
categoria : racconti, filosofia

lunedì, 04 settembre 2006, ore 19:49

marePer il concorso a tema di CR... il mio contributo è questo.

MARE

Non disseta l’acqua di mare. Non toglie la sete, non spegne l’arsura della gola bruciata da troppe parole sprecate, dalle tante lacrime amare ingoiate per giorni…per mesi…per anni.

Il sale consuma e disgusta, offusca i sapori in un miscuglio metallico, confonde ed annebbia la vista quando uscendo dai flutti le ciocche bagnate dei capelli sono un velo scomposto tra lo sguardo e la vita.

Evapora l’acqua di mare sotto il giallo del sole che cuoce e dissecca e lascia una patina bianca sulla pelle dorata insieme all’odore del vento impresso sul corpo…indelebile.

Pulisce, purifica, monda l’acqua di mare. Rileva la sabbia trascinandola via in recessi perduti, in rivoli folli, in gorghi frenetici. Penetra nei pori e invade anche l’anima con il suo sciabordio costante e infinito. Per qualche secondo netta ogni sozzura, sommerge qualsiasi dolore, ti dona la pace.

E’ illusione l’acqua di mare, promessa di vita eterna e salvezza. Ti invita calma e sorniona e ti spezza quando ritiene che tu abbia osato in eccesso. Devasta e travolge sassi lucenti o immense muraglie e non fa differenze.

E’ imparziale l’acqua di mare, non ha preferenze. Tratta tutti nell’identico modo.

LadyMachbet
Permalink ¦ commenti (4)¦ commenti (4)(popup)
categoria : racconti