

“Arriva l’Epifania e tutte le feste porta via”
Ecco, odio quando mia madre, immancabilmente ogni 6 di gennaio, lo dice.
E’ una frase che ha un qualcosa di definitivo e non mi venite a cianciare che le feste poi tornano puntuali dopo un anno perché non è così.
Sono altri Natali, altri Capodanni, altre Epifanie.
Cambiamo noi, cambiano i nostri cari, i nostri desideri, le nostre sensazioni e tutto quello che è stato un anno, quello che ha rappresentato nelle nostre vite, scivola via in silenzio e non ritorna più.
Non conta quanto sia stato scoppiettante e favoloso o una merda continuata, va via e non ritorna.
Come ogni giorno che viviamo.
Però, a parte la sentenza di morte delle festività, la Befana conserva un fascino senza pari. Almeno per me.
Ormai l’ansia dell’attesa la sera del 5 è sfumata da decenni, non spio più le scie degli aerei in cielo convinta che fossero un segno tangibile del passaggio della scopa (oh ero piccola, concedetemi qualche ingenuità) e non mi nascondo più con la testa sotto le coperte ripetendo a me stessa “non devi dormire, non devi dormire” in modo da poter sbirciare l’evento.
La credulità è sparita insieme all’infanzia, ma essere madre mi consente di replicare il sogno e di vederne gli effetti sul faccino dei figli.
Non i grandi, ovvio, quelli ormai sono navigati e non crederebbero alla Befana nemmeno se lei li invitasse a fare un giro sulla scopa. Ma la Strega è piccina ed è stato bellissimo vedere il suo visino imbronciato mentre cercava per la stanza i regali e non li trovava. Ha anche protestato per il carbone nella calza, sottolineando che lei non era stata per nulla cattiva!
In ogni caso anche per me e mio marito la notte del 5 è stata strana e di attesa.
Prima aspettando che quel maledetto usurpatore di gamertag che è il mio primogenito si decidesse a spegnere l’icsbocs (e dai mamma… sono gli ultimi giorni di festa…), poi riempiendo io le calze e mio marito sistemando i giocattoli.
Alla fine non avevamo più sonno e ci siamo ritrovati abbracciati nel letto a parlare fino alle 4 del mattino di milioni di cose (la maggior parte cazzate) e a sognare di trasferirci sulla mitica isoletta deserte senza figli, cioccolatini, calze e giocattoli.
Adesso è ritornata la normalità, lui al lavoro, i ragazzi a scuola e io qua al PC dopo un sacrosanto ripristino di sistema della casa. Peccato non avere un punto di salvataggio come sul computer che permetta di ritornare all’ultima configurazione funzionante e mi è toccato fare tutto manualmente.
Albero smobilitato ieri, decorazioni, luci&lucine in soffitta, candele natalizie e tutto il resto imballate e riposte.
Posso tornare alle consuete occupazioni e riflettere.
Il senso di chiusura definitivo delle festività mi ha comunque fatto capire che era arrivato il momento di sterzare e cambiare direzione. Pensavo, stamattina, di sentirmi un po’ come Oblomov (se n’è parlato ieri pomeriggio con Fra’), delusa da tutto, dal mondo, dalla gente, mi lascio decadere su un divano senza trovare stimoli esterni e ricordando solo i periodi felici. In realtà io non potrei mai essere pigra e decadente come il personaggio di Gončarov e ho analizzato meglio lo stato d’animo, concludendo che la mia condizione sia grosso modo questa:
"Non provai passione, gelosia, nostalgia. Mi sentivo vuoto, lucido, pulito e limpido come una
pentola d'alluminio.
Stetti ancora un anno in Brasile, ma sentendomi ormai sul piede di partenza. Non vidi più
Agliè, non vidi più gli amici di Amparo, passavo ore lunghissime sulla spiaggia a prendere il
sole.
Facevo volare gli aquiloni, che laggiù sono bellissimi."
(Eco, Il pendolo di Foucault)
Sospesa, lucida e in attesa.
Come un aquilone che sembra immobile nel cielo blu, ma che in realtà galleggia sulle correnti e resiste al soffio del vento.
A modo mio, ho raggiunto l’equilibrio.
L’unico proposito del momento è impedirmi di mangiare in due giorni l’intera calza ^^
Poi aspetto tempi migliori e si vedrà, ma è preferibile essere senza scopo che averne in mente uno falso che non ci soddisfa.
Almeno, io la penso così.

Sono certa di attirarmi gli strali di molti, ma a me Benigni che legge Dante non piace.
Inizio in media res, meglio dire le cose subito e poi argomentare.
Apprezzo molto la vena comica del buon Roberto, lo considero geniale in moltissimi spunti, adoro il suo punto di vista sulla destra e non mi perderei mai un suo monologo su Berlusconi, ma la sua Lectio Dantis proprio no!
Avvicinare il testo dantesco alla gente è operazione di populismo culturale, è sminuire le sfaccettature dell’opera e proporle frullate al palato della classe media senza alcun lavoro critico, anzi troppo spesso travisandone il senso globale.
Già solo l’accento toscano, assolutamente non mitigato, costituisce una beffa nei confronti della Questione della Lingua.
Si dimentica che lo sforzo di Dante nel produrre opere in volgare era teso essenzialmente a far sorgere un tessuto connettivo linguistico che unificasse il sapere sostituendo il latino ecclesiastico, non a propugnare il dialetto fiorentino come predominante.
Il leggere la Commedia in questo modo, sottolineando i toscanismi, ovvio che ci fosse dovizia di toscanismi nel Volgare, ma non vanno intesi in senso strettamente dialettale, distrugge il De Vulgari Eloquentia e sminuisce Dante nella sua funzione di Padre della Lingua.
E’ questo è solo il principio, se entriamo nel merito del Canto V dell’Inferno troviamo Dante empaticamente coinvolto nella vicenda umana di Paolo e Francesca, ma la condanna etica dell’adulterio e dell’amore inteso come passione corporale resta severa e la collocazione degli amanti in uno dei primi cerchi dell’Inferno non va intesa come indulgenza del poeta nei confronti di chi abbia peccato per amore, ma semplicemente non indigna Dante quanto la tematica politica che resta preponderante nell’Opera e che attira su di sé ogni ira del poeta.
Trasformare Dante in paladino dell’amore corporale verso una donna, far diventare la stessa Madonna icona di un femminino sensuale (la Mistica Rosa non è assolutamente quella cosa là ^^) è travisare completamente la poetica della Commedia in presenza di un pubblico che spesso non ha gli strumenti critici adeguati per arginare la massa di informazioni errate che gli arrivano alle orecchie.
Come l’affermare, ad esempio, che Tommaso d’Aquino, con la sua Summa Theologica, sia stato l’inventore della filosofia dimenticando del tutto che l’ispiratore di Tommaso sia un greco, vissuto svariati anni prima, e rispondente al nome di Aristotele.
La Cultura omogeneizzata e servita in questo modo non fa affatto un favore alla “gente semplice”, non si tratta di snobismo intellettualistico, ma di consapevolezza che l’amore per il sapere si mostra gradatamente con l’approccio in prima persona alle opere, integrandone la lettura con saggi critici, inserendole nel giusto contesto storico-politico-geografico, sfogliandone con rispetto lo stesso testo.
Conoscere Dante in maniera errata non aiuta, anzi peggiora le cose.
Avere un’idea approssimativa al massimo può far nascere la voglia di approfondimento, può essere un punto di partenza, ma mai nessuno dovrebbe ritenere di aver imparato qualcosa ascoltando il Dante di Benigni.
Sarebbe come affermare di conoscere Guerra e Pace per aver visto la fiction televisiva o di comprendere l’Iliade all’uscita dal cinema dopo la visione di Troy.
E’ esattamente la stessa, identica cosa.
E non mi venite a dire che la Cultura costa!
Non è affatto vero.
Sono trascorsi da secoli i tempi di amanuensi ed incunaboli, oggi i testi si trovano in edizioni economiche accessibili a tutte le tasche, è che troppo spesso manca la voglia di avvicinarsi alla cultura.
Si ritiene sia preferibile impiegare il tempo degli spostamenti in autobus o in treno (è solo un esempio, ovvio) magari utilizzando un costoso Ipod per ascoltare Gigi D’Alessio (burp) piuttosto che spendere pochi euro per un libro da leggere.
E la scusa è sempre la stessa: nel mio tempo libero io voglio distrarmi e non pensare.
Come se il pensare o il leggere siano eventi dannosi per la psiche umana, capaci di trasformaci in mostri cerebrali che atterriscono il prossimo.
Chi ha davvero voglia di conoscere Dante si rivolgesse a lui in persona, cominci a tenere tra le mani il testo, lo legga, si faccia un’idea propria e poi vada anche ad ascoltare lo spettacolo di Benigni, ma prenda con beneficio d’inventario ogni cosa che gli viene detta e mai e poi mai faccia di quello fonte di Verità.
Perché un conto è divertirsi e strappare qualche risata prendendo per culo Silviolo, un altro è fare cultura.



