

Ma occhio per occhio, dente per dente.
Estremizzo anche io.
L’idea di fondo è che in presenza di una “norma” sia ovvio seguirla, altrimenti non avrebbe senso nemmeno imporre la suddetta norma.
Ma questa tratteggia di fatto le linee guida di una società e stabilisce i binari su cui la società stessa deve viaggiare.
E più rigida diventa, meno libero arbitrio lascia all’individuo.
Una famiglia normale
Pietro siede a capotavola, come ogni buon patriarca, e guarda distrattamente il telegiornale.
Maddalena da un’ultima rimescolata alla zuppa prima di servirla nei piatti.
Pietro e Maddalena sono sposati da quindici anni, cinque figli e nessun metodo anti-concezionale. Alla fine, hanno semplicemente abbracciato la via della castità, consapevoli che lo stipendio da impiegato non era conciliabile con le gioie del sesso.
Maria, quattordici anni, ha deciso di non iscriversi al Liceo. Per essere una buona madre, come sua madre, non serve istruzione.
In casa può ricevere tutti gli insegnamenti di cui ha bisogno e quando suo padre stabilirà il giorno delle nozze con Amedeo, il fidanzato che le hanno scelto, anche lei diventerà una madre esemplare.
Il mondo del lavoro non è adatto alle signorine bene educate, esse devono preservare la loro integrità morale e spirituale all’interno della casa affinché un domani possano, a loro volta, essere d’esempio ai figli e perpetuare l’idea naturale di famiglia.
Maria è contenta, tutte le sue amiche sono contente ed è normale che lo siano perché questa è la normalità.
Pietro secondo ha tredici anni e siede alla destra del padre, non parla se non interrogato. Ascolta la voce di Pietro e annuisce tranquillo.
Non pone domande, non ci sono domande da porre.
Tutto quel che si deve sapere o si deve fare è già scritto. Finirà la scuola media quest’anno e poi l’istituto tecnico di ragioneria. Suo padre è ragioniere e non c’è ragione per cui anche lui non debba ragionare in quel senso.
In ufficio, un domani, prenderà il posto di Pietro nel naturale e normale avvicendamento della vita.
Questo è l’unico modo per cui non ci siano tensioni. La famiglia è un posto tranquillo e così deve restare nei secoli dei secoli.
Gabriele, come l’arcangelo, veste già di nero a dodici anni. Dei cinque figli, lui è quello destinato alla Chiesa.
Grande gioia per una famiglia, una volta assicuratasi la continuità del cognome attraverso il figlio maggiore, affidare a Dio quello minore. Si è sempre usato così ed è giusto che così sia.
Amen.
Anche Gabriele è contento, nel suo cuore sa che con ogni probabilità, la sua vita sarà molto meno faticosa di quella di Pietro secondo.
Il clero è accudito, il clero non lavora. Sarà pastore di anime e i fedeli avranno cura di lui.
Anna ha lo sguardo furbo ed è la disperazione di Maddalena, non gioca con le bambole di Maria e preferisce le automobiline di Gabriele. Inoltre si ostina a non voler imparare a ricamare e cucire e Maddalena più volte è stata costretta a scusarsi durante le consuete visite di Agnese, madre di Giacomo, futuro marito di Anna.
Naturalmente la suocera, temendo per le sorti del suo ragazzo, non è soddisfatta della condotta di Anna ed ha fatto pressioni per un controllo medico della bambina.
Per Pietro e Maddalena i giorni delle visite all’Ospedale Familiare sono stati i peggiori di un’intera esistenza, il solo pensiero che la loro piccina potesse venir allontanata da casa li colmava di angoscia, ma il Signore benedice sempre i suoi servi fedeli.
Il certificato che attesta la normalità di Anna è incorniciato ed appeso nella parete migliore del salotto buono.
Le lettere azzurre spiccano sul foglio bianco:
Agnese dovrà solo avere pazienza, Maddalena ormai sa che la sua bambina diventerà, con il tempo, una mamma perfetta.
Giovanni è il piccino di casa, dieci anni e domenica farà finalmente
Tutte le famiglie della famiglia si stringeranno accanto al bambino nel giorno in cui riceverà il Corpo di Cristo.
Ci sarà la famiglia dei nonni, quelle degli zii, quelle degli amici.
Perdonate la ripetizione frequente del termine "famiglia", ma essa è l’unità di misura della società ed è cosa buona e giusta oltre che nostro dovere e fonte di salvezza riconoscerlo e renderle grazie ribadendo il concetto il più spesso possibile.
Giovanni è emozionato, ma, sotto il caschetto di capelli biondi da angioletto, gli occhi azzurri sono tristi.
La zuppa è in tavola, Maddalena si siede e attende che Pietro reciti
“Perché domenica, alla mia Prima Comunione, zio Ugo non potrà venire? Era simpatico lo zio! Mi portava sempre le caramelle e mi raccontava tantissime storie. Io gli voglio bene, ecco!”
E scoppia a piangere.
Pietro e Maddalena si guardano negli occhi, sgomenti.
Come si fa a spiegare al proprio bambino di soli dieci anni che lo zio Ugo a cui era tanto affezionato, fratello sfortunato di Pietro, ha deciso consapevolmente di diventare la zia Luana e che per questo motivo
Essere bravi genitori, a volte, è davvero difficile.
Sono reduce da un’estenuante, ma non troppo, discussione “forumense” sull’esistenza di Dio e sul significato di una sua ipotetica manifestazione.
Vale a dire se in presenza della Verità Assoluta l’uomo possa ancora pretendere di esercitare il Libero Arbitrio.
O meglio, se in presenza della Verità abbia ancora senso discutere di Libertà personale.
Perché nel momento in cui
Come se Uomo e Dio non potessero condividere lo Spazio e il Tempo e fossero inconciliabili alla stregua di Materia e Antimateria.
L’assenza di Dio dal mondo sarebbe quindi l’unica soluzione possibile per lo sviluppo dell’umanità.
Tutto in ipotesi ovviamente, non dimostrata e non dimostrabile.
Considerando che non m’importa affatto provare l’esistenza di Dio posso affermare che tutto il dibattito alimenta solo l’animo da sofista rinchiuso dentro di me.
Non m’importa raggiungere la verità, mi basta avere la possibilità di ricercarla speculando, mettendo in moto il meccanismo del pensiero e vagliando anche le ipotesi più improbabili.
Sono una teorica pura, lo confesso.



"[...] cose, come per esempio la grandezza, la sanità, la forza e, in una parola, della sostanza di tutte le cose, di ciò che ciascuna è. La verità di esse si contempla forse mediante il corpo o avviene che chi di noi si accinge più degli altri e con più accuratezza a pensare ciascun oggetto della sua indagine in sé, costui si avvicina il più possibile alla conoscenza dell'oggetto? E potrà farlo nel modo più puro chi si dirigerà verso ciascun oggetto, il più possibile, con il solo pensiero, senza intromettere nel pensiero la vista e senza trascinarsi dietro con il ragionamento alcun altro senso, ma utilizzando solo il puro pensiero di per se stesso, andrà a caccia di ciascuno degli enti in sé nella sua purezza, dopo essersi liberato il più possibile da occhi, orecchie e, a parlar propriamente, da tutto il corpo, perché turba l'anima e non le consente di acquistare verità e intelligenza, quando comunica con essa. Non è forse costui, Simmia, se mai altri, che coglierà l'essere?
È straordinariamente vero, disse Simmia, ciò che dici, Socrate"
Platone, Fedone
Platone sta in mezzo, discepolo di Socrate e maestro di Aristotele ed il suo pensiero completa la svolta verso una filosofia più teorica cominciata da Socrate stesso.
La figura di Socrate influenza senza alcun dubbio tutto il pensiero platonico, non solo in quanto protagonista dei suoi scritti, ma soprattutto per la riflessione sulla giustizia e sulla funzione delle leggi.
L’opera di Platone ha infatti come scopo la dimostrazione che il possesso della sapienza non è mai disgiunto dal “bene” e dal “giusto”, colui che possiede la conoscenza agirà dunque secondo virtù.
L’indagine quindi ancora una volta parte come gnoseologica, Platone è il primo a distinguere la conoscenza fenomenica da quella ideale ed inaugura la teoria che vede il reale scisso in un’irrisolvibile dicotomia tra essenza ed apparire.
[...] Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l'entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d'un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. [...]Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare gli oggetti reali le loro visioni?
Il celebre mito della caverna descrive questa condizione, il simbolismo è chiaro.
Gli uomini incatenati dai sensi non vedono il reale per quello che è, ma colgono solo pallidi riflessi della verità illuminata dall’idea del bene.
Tutto il mondo sensibile è “teatro” del mondo iperuranico, l’anima immortale che proviene appunto dall’Iperuranio tenderà a riconoscere attraverso la reminiscenza le idee e soffrirà per n on potersi ricongiungere ad esse (teoria dell’amore come raggiungimento della sapienza).
Abbiamo quindi una falsa conoscenza, quella sensibile o doxa, e quella che ci conduce alle idee, l’episteme. A loro volta doxa ed episteme sono suddivise in altre due categorie che forniscono diversi gradi di conoscenza.
L’eikasia che è la capacità di cogliere le immagini e le apparenze delle cose ed il grado più basso di conoscenza, la pistis è la reale conoscenza degli oggetti sensibili, la dianoia è la conoscenza degli oggetti matematici e infine la noesis è la comprensione delle idee.
Da questa schematizzazione si evince l’importanza che Platone da ai numeri considerati il tramite tra il mondo sensibile e quello iperuranico, consentendoci di estrapolare le leggi fisiche universali dall’esperienza.
Quindi l’uomo è in balia dei sensi che lo ingannano con false immagini, ma mediante l’intelletto deve arrivare a cogliere le idee. L’idea somma è l’idea del Bene in sè, ma non confondiamo l’ontologia platonica con metafisica o religione.
L’idea del Bene in sè non corrisponde a Dio, è solo il culmine del processo di conoscenza dell’uomo e riprende l’idea socratica che bontà e sapienza siano coincidenti. Inoltre tutto ciò che è bene è anche bello e tutto ciò che è bello è necessariamente buono, Dio nella sua bontà ha creato tutto ciò che è buono, bello e giusto e i mali del mondo devono essere ricercati altrove, sorti da un principio differente da Dio. Di fatto questa concezione platonica limita Dio come mero fattore, spogliandolo di qualsiasi valenza religiosa.
E' evidente ed inconciliabile, dunque, la scissione tra idea e fenomeno, solo il sapiente, riconosce le idee e le diffonde nel mondo agli altri uomini per liberarli dalle loro catene.
E questo ci conduce diritti alla visione politica del filosofo ateniese contenuta proprio ne “
La democrazia viene definita come il governo degli incompetenti dove vale il parere di ogni stolto e spadroneggiano gli interessi del singolo, lo Stato ideale deve invece avere prima di tutto dimensioni ridotte per avere consapevolezza di sè e di ogni sua parte, tutti gli abitanti devono essere felici di appartenere a quello stato ed operarsi per il bene comune. I produttori si cureranno dei bisogni materiali e sarà consentito loro arricchirsi poiché non avendo alcun interesse verso la vera ricchezza che è la conoscenza non saranno mai chiamati a governare, i governanti invece saranno educati nell’amore della sapienza e non ricercheranno mai il potere per se stesso, ma solo in funzione del bene di tutti, anzi governare sarà un peso, ma l’anima illuminata dall’idea del Bene in sè accetterà la responsabilità.
Oligarchia di saggi, dunque, con il resto della popolazione impegnata a produrre per il sostentamento.
Platone essenzialmente pensa alle dimensioni ridotte di una polis, ma tratteggia quelle che sono le basi per uno stato che può essere considerato totalitario o anche “comunista” nella misura in cui ogni azione è fatta in nome della collettività e non nell’interesse del singolo.
In ogni caso lo Stato ideale non è realizzabile nel mondo fenomenico, ma ogni tentativo di governo dovrebbe tendere verso quell’idea così da consentire all’uomo un’esistenza non traumatica.
Ovviamente Platone non è solo questo, ho tratteggiato soltanto gli aspetti salienti perché non sarebbe possibile parlarne in modo degno in così poche righe, però il senso della sua indagine filosofica risulta chiaro e naturalmente imbevuto di contraddizioni ad onta del fatto che comunque io ami molto il filosofo ateniese, ma amare non vuol dire non criticarlo.
Il dualismo tra essere ed apparire non può essere risolto in modo così schematico, se tutti gli oggetti altro non sono che pallidi riflessi la loro conoscenza è inutile perché non ci conduce da nessuna parte ed inoltre anche considerare innate le idee rientra nella sfera delle false credenze perché non è affatto dimostrabile.
Questa dicotomia però segnerà tutta la filosofia moderna, sarà presente in Des Cartes, Spinoza, Kant e ne invaliderà le conclusioni, Platone ha solo dato il via in modo magistrale.

Secondo questa regola gli atomi cercano di avere otto elettroni (s2p6) nel loro guscio di valenza, mettendo in comune, cedendo o catturando elettroni da altri atomi.
Lezione di chimica, si come no…impossibile.
Non fa per me, ma se ne può parlare ugualmente.
Non essendo esperta nel campo vi avviso che l’ottetto è solo un pretesto, metafora di altro.
Ma se la chimica è la base per ogni nostra reazione o relazione, se la chimica regola e governa i nostri processi cerebrali, se per mezzo della chimica si generano attrazioni e repulsioni tra singoli, allora concedetemi la possibilità di considerare la facoltà dell’atomo di scambiare e condividere elettroni come similitudine dei rapporti umani.
La frase chiave è “scambiare e condividere”
A meno che voi non siate gas nobili e riusciate per tanto a sfuggire alla legge dell’ottetto, inevitabilmente dovrete cedere qualcosa di voi stessi e accettare in cambio qualcosa proveniente dall’esterno, dall’altro.
Perchè?
Perché stare da soli non fa parte della natura umana.
L’eremita o lo stilita sono eccezioni che non hanno un reale riscontro sociale.
L’uomo è costretto a cedere parti della propria anima per vivere nel mondo e di contro deve accettare visioni diverse dalla propria senza temerle, ma sforzandosi di comprenderle e tollerarle.
Direte…costretto, ma che brutta parola.
Certo, costretto dalla sua stessa biologia, dalla sua stessa chimica.
Non violentato dalla figura inquietante dell’altro che arriva a seminare scompiglio nella vita del singolo, ma consapevolmente trascinato nei rapporti interpersonali per affermare la propria natura di animale sociale.
Altrimenti non c’è scampo, l’alternativa è la morte della coscienza.
“Io” non è una categoria di riferimento, ogni soggetto è per forza di cose anche un oggetto ed in quanto oggetto è “visto” dal mondo, è pesato e considerato in un determinato modo.
La visione soggettiva è, ahimé, incompleta proprio a causa di quest’insito dualismo.
Il mondo privato fatto di regole e di abitudini deve necessariamente aprirsi al mondo esterno per cogliere pienamente ogni sfumatura dell’essere, l’egoismo sta nel non volere accettare di far parte di una comunità e nel continuare a considerare determinante solo la propria parziale considerazione delle cose.
Quando si entra in rapporto con un altro soggetto è inevitabile che le due concezioni singole si scontrino, ma a quel punto per ottenere progresso si cede e condivide qualcosa, non si resta ad attendere che l’altro accetti passivamente la nostra visione e non ci si immobilizza nella passiva accettazione del mondo dell’altro.
Questa interazione consapevole porta a stabilire legami duraturi e costruttivi necessari per lo sviluppo di entrambe le parti in causa e di riflesso per lo sviluppo sociale.
Ogni stasi è negativa, la stasi equivale alla morte.
Scambiare idee, sentimenti, valori è la base del progresso, è la molla che muove il mondo ed è il cammino che noi tutti in quanto uomini dovremmo intraprendere.
O pensate davvero di essere dei gas nobili?
In quel caso sarei costretta a ricordarvi che i gas nobili sono detti anche gas inerti…

Non a caso la figura di Socrate fa da spartiacque tra due concezioni differenti di intendere la filosofia.
Egli abbandona infatti la via dei suoi predecessori interessati soprattutto alla spiegazione fenomenica del mondo, la sua filosofia perde quindi la connotazione di scienza naturale e pone finalmente il fulcro dell'indagine sull’uomo e sul suo processo conoscitivo.
Due sono i cardini del pensiero socratico, la gnoseologia e l’etica entrambe strettamente correlate.
La ricerca del sapere deve essere la molla che spinge l’uomo e che gli consente di discernere il bene dal male, solo colui che conosce se stesso infatti è consapevole dei propri limiti e delle proprie possibilità e può agire rettamente, dunque in modo etico.
Il punto di partenza è l'accettazione di non sapere, vale a dire che solo colui che è conscio di essere finito, limitato, incompleto può cercare di acquisire la sapienza e questa posizione costituisce la sostanziale differenza tra Socrate e i Sofisti che partivano dal presupposto di essere già in possesso della verità e dunque non si curavano nè di ricercarla, nè di diffonderla.
Il metodo del conoscere è essenzialmente intersoggettivo e si articola nei due momenti del dialogo socratico, con un'iniziale pars destruens che tende a minare mediante l’ironia le convinzioni del discepolo che viene poi spinto successivamente a non accettare passivamente le teorie del maestro ma ad elaborarne di proprie sviluppando in questo modo la conoscenza.
In questo consiste la maieutica, o tecnica della levatrice, far partorire delle nuove idee estraendole dalle menti dei discepoli che non sono solamente orecchie pronte ad ascoltare ma parti integranti dello sviluppo cognitivo.
In quest’idea della Verità intesa come elemento vivo e pulsante va inquadrata la scelta di Socrate di non lasciare documenti scritti che avrebbero soltanto cristallizzato teorie improduttive ed inabili ad ottenere nuove conoscenze.
Compito del filosofo è quindi dialogare con il maggior numero di persone direttamente così da stimolare le menti alla sapienza, ovviamente questa concezione è legata al concetto stesso di polis che con le sue dimensioni limitate consentiva di entrare in contatto con un numero assai elevato di cittadini.
Inoltre l’azione dell’uomo saggio deve essere d’esempio per gli altri poiché la conquista della saggezza spinge necessariamente l’uomo verso il bene.
Questa concezione sta alla base dell’intellettualismo etico di Socrate poiché la capacità di distinguere tra bene e male può essere insegnata e l’uomo in possesso di tale conoscenza non potrà mai prescindere dall’essere virtuoso.
Da ciò si evince che la virtù è un’esigenza dell’uomo retto ed è priva di qualsiasi componente emotiva o religiosa.
Innovativo è anche il concetto di anima, se in precedenza questa era vista come il soffio vitale che abita nelle cose, per Socrate l’anima diventa l’intima essenza dell’uomo, il suo io ben definito provvisto di tutte quelle peculiarità che distinguono ogni individuo.
“Conosci te stesso”, scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, diventa dunque il motto che permette di indagare prima sulla propria natura e poi di rivolgere l’occhio al mondo inteso come realtà sociale composta da individui legati tra loro da complessi rapporti.
In questo modo solo la continua ricerca della conoscenza permette all’uomo di esplicare la propria intima essenza e di raggiungere la felicità.

Sto trascurando il blog, ma non per disamore, ho davvero poco tempo. Inoltre preferirei scrivere di argomenti un po’ più seri e di interesse più generale invece che delirare sugli affari miei e allora sto riducendo sempre più di netto il numero di pensieri che trasferisco su “carta”.
Le mie tensioni esistenziali si sono sufficientemente placate da quando ho imparato a convivere con la mia anima nera, un tempo…da giovane…pretendevo che tutto quadrasse ordinato, adesso…matura…sono consapevole che al caos non può essere dato un ordine e allora accetto serena l’ineluttabile evidenza di essere immorale. O a-morale? Di sicuro quella dominante non è la mia morale.
E non me ne preoccupo.
La mia via non è tracciata in linea retta, alternativamente scelgo tra il bene il male, tra il giusto e l’ingiusto valutando secondo l’occasione, considerando le attenuanti, prescindendo da giudizi a-priori.
Con la mia scala di grigi metto a tacere la mia coscienza?
Forse, ma non si tratta di coscienza.
Non è possibile elevarsi puri al di sopra di tutto, solo un ingenuo può credere di essere “santo” o semplicemente retto e onesto.
Se l’essenza dell’uomo è essere animale e istinto, nessuno può sottrarsi alla legge.
Si agirà sempre per proprio tornaconto.
Millenni di evoluzione hanno limato i tratti ferini della razza, ma siamo predatori accaniti gli uni contro gli altri e non è possibile strapparsi la pelle del lupo dalla carne e sostituirla con un morbido vello d’agnello.
Tutto ciò non mi turba, proverei angoscia se cercassi il paradiso o la salvezza eterna, ma i miei obbiettivi sono sostanzialmente più limitati.
La mia vita è questa, presente e non cerco altro.
Ciò che viene dopo non m’interessa.
I miei bisogni sono interamente materiali, o per lo meno si risolvono tutti nella materia.
Ogni mia inquietudine si placa toccando l’erba morbida di un prato o la superficie liquida del mare, sentendo il vento scorrere tra le dita mentre viaggio in auto e la mia mano è tesa oltre il finestrino.
Le idee che mi affascinano sono tutte comprese tra le materiali pagine dei libri, impresse sulla pellicola di un film, incise su di un disco.
Posso concretamente rintracciarle in cose e persone, senza perdermi in fumose elucubrazioni.
La mia felicità è senza eccessive pretese, stringere chi amo tra le braccia e mescolare la mia vita con quella delle persone che mi sono care, sentirle accanto quando sono triste ed essere utile quando hanno bisogno di me.
Sono tutte cose raggiungibili in vita, senza guardare troppo oltre.
Oggi mi sento molto epicurea…